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R I C E R C H E
STEFANO TUBARO

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I concetti di precarietà, di passaggio e trasformazione, nonché di evanescenza, che rappresentano le fondamenta di questo nuovo ciclo d'immagini, sono anche i termini entro i quali si è sviluppata l'intera ricerca di Tubaro.
... i presupposti all'identità delle fotografie di oggi si ritrovano in alcuni lavori del passato. Penso alle inquadrature in cui le presenze umane non appaiono mai delineate nella loro connotazione fisionomica, perché sono sagome restituite in controluce in una resa anche leggermente mossa, così da dichiarare l'azione in corso, in qualche caso di nuovo il camminamento del fotografo, in altri casi quello dell'effigiato, sempre dato, però, come parte integrante di un ambiente, non come soggetto protagonista. Sono sagome prive di identificazione, sagome di corpi ripresi solo in parte, corpi tagliati, corpi senza testa, quindi amputati proprio dell'elemento identificatore, che anticipano le sagome di oggi, quelle dell'autore-attore.
Nascono da un punto di vista basso sulle cose, nascono da una precedente attesa, dalle fotografie in cui ancora non c'era la presenza umana, in cui il senso della precarietà era totalmente affidato alla relazione fra la luce e l'ombra, alle sottigliezze formali e segniche derivate da tale rapporto. Fotografie che già contenevano la volontà di ritornare sul medesimo luogo, di frequentarlo nell'attesa che si compissero le condizioni ottimali per l'avvento dello scatto. Già si delineava, così, la ricerca sul tempo. Un tempo che in seguito, ossia nei lavori di oggi, si è catapultato entro l'opera, per disegnarla e plasmarla.
...Penso alla relazione tra i Percorsi urbani e le ultime opere della serie Contrattempo, quelle in cui Stefano Tubaro ha iniziato a esplorare ambienti interni. In entrambi i casi emerge una sorta di progettazione spaziale a partire da una riflessione sulla categoria temporale. Mentre allora, però, l'edificazione dello spazio nasceva da un'ambiguità visiva costruita a partire dall'oggettività del luogo osservato, ora la spazialità è generata da un'ambiguità di natura concettuale determinata da un'azione performativa atta a mutare formalmente e cromaticamente il luogo praticato.
Sono luoghi che sembrano attinti dalla realtà virtuale - da qui l'ambiguità concettuale -, invece generati dipingendo con il corpo, fotografando con la mente e modulando queste due azioni con la vigilanza dello sguardo.
 
Sabrina Zannier - giugno 2000
(tratto dal testo nel catalogo "Contrattempi di scena", Galleria Artestudio Clocchiatti, Udine 2000)
 
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