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dall'articolo Tre Interviste... della rivista

IMMAGINE C U L T U R A
N°2 Territorio e ricerca


ANNO II . NUMERO 2 . MARZO 1995

" Franco Martelli Rossi a colloquio
con ROBERTO SALBITANI "

intervista del 12. 5. 1994



Franco Martelli Rossi: Per fotografare il territorio è senz'altro importante saper visualizzare elementi architettonici e naturali, oggetti, persone e tutto ciò che possiamo incontrare in un luogo. Ma qual'è, o quale dovrebbe essere, secondo te, il rapporto psicologico tra fotografo e territorio?

Roberto Salbitani: Il territorio non deve essere considerato nella sua significazione terminologica più letterale e astratta - estensione di terre, circoscrizione di spazi e così via - secondo la quale noi dobbiamo produrre documenti fotografici e basta, raffreddare e fissare nel presente o per il futuro qualcosa di fisico, di oggettuale (la terra, le strade, ecc...). Il territorio è vissuto, è emozione, è rapporto psicologico con il posto dove vivi. Non discuto la necessità in certi casi di operazioni di rilevamento "raffreddato", in cui le cose vengono "fissate" con il massimo distacco, ma è diverso se è nostra intenzione usare la fotografia come presa di coscienza e di conoscenza del presente, che ci permetta di entrare in contatto con l'ambiente entro cui viviamo e ci muoviamo, per intervenire al suo interno. Spesso rinunciamo ad agire politicamente, in senso largo, sul nostro territorio, mentre penso sia necessario quando si fotografa.

Franco Martelli Rossi: Fin dall'inizio il territorio è protagonista nella rappresentazione fotografica. Ma le prime fotografie sul territorio sono soprattutto immagini di viaggio legate alla monumentalizzazione del territorio. Ad esempio, si mostrano della città i monumenti più importanti, tralasciando completamente il resto del contesto urbano. Questo concetto permane per lungo tempo e lo si ritrova anche nella fotografia di paesaggio. Nel 1935 si realizza negli Stati Uniti la grande esperienza della Farm Security Administration per la quale diversi affermati fotografi vengono incaricati dal governo federale di fotografare i territori agricoli della Grande Depressione (Walker Evans, Dorothea Lange, Ben Shahn, ecc...). Un'altra tappa significativa nella storia della fotografia di territorio è segnata, negli anni '50 dalla nascita di un gruppo di fotografi (fra cui Robert Frank, Lee Friedlander) che hanno iniziato a fotografare il territorio guardandosi "dietro o attorno", andando al di là dell'oggetto, del significato preconfezionato. Oggigiorno, alle soglie del 2000, esiste, secondo te, un nuovo fotografo del territorio che si è evoluto rispetto alle esperienze del passato? E se esiste quali sono le caratteristiche della moderna fotografia del territorio?

Roberto Salbitani: E' interessante che tu mi chieda ciò perchè è esattamente quello su cui riflettevo quando ho organizzato nel 1977 la mostra "L'ambiente nudo" il cui testo è pubblicato in "Il viaggio", (ediz. del CRAF, Arti Grafiche Friulane, 1994). Tentai allora di tracciare sinteticamente i rapporti tra fotografo e idea del territorio nel corso della storia della fotografia. Anch'io penso che nell'800 non ci sia ancora un effettivo interesse per l'ambiente, come oggi lo intendiamo: allora si era soprattutto interessati a riprodurre ciò che era considerato importante dal punto di vista artistico e culturale. Vengono fissati fotograficamente i monumenti ma manca lo sguardo sul quotidiano, sull'ambiente di vita presente, ma sappiamo anche che c'erano delle difficoltà tecniche oggettive, che non permettevano ancora alla fotografia di essere istantanea. Inoltre l'800 è caratterizzato ancora da gerarchie sociali, culturali ed estetiche che condizionavano ovviamente lo sguardo del fotografo. Oggi diamo importanza a realtà allora considerate non importanti o addirittura irrilevanti. Il nostro sguardo è diventato più "democratico", pur nella sua massificazione. Riflettendo oggi poi sull'esperienza della Farm Security Administration, a cui tu accennavi, notiamo che non è effettivamente nella sua globalità un lavoro sul territorio ma piuttosto un lavoro sul sociale. E' diverso: nel senso che il sociale (persone, categorie sociali, mestieri, lavoro nei campi, ecc...) fa parte di una più vasta idea di indagine sul territorio. Il termine "fotografia del territorio" può quindi comprendere molti aspetti dell'esistere in un luogo ed un tempo precisi, ed il "sociale" può quindi farne parte, cosicchè, fotografare il territorio viene ad abbracciare un più grande campo del fotografabile. Se invece la fotografia del territorio viene intesa più limitatamente come una forma di rilevamento delle cose innanzitutto, più che delle persone (edifici ed architetture, artefatti vari, ecc...), allora si può dire che ciò sia stato fatto, con un certo metodo e continuità soprattutto a partire dagli anni '50 e '60. Già all'interno della F.S.A. esistono alcune importanti differenze: Walker Evans è maggiormente interessato al territorio, in quanto rilevamento dei segni caratterizzanti la cultura del suo tempo, di quanto non lo sia Dorothea Lange. Evans rappresenta la "facciata" della città moderna, anche in senso simbolico, laddove gli altri fotografi del gruppo sono più interessati ai volti delle persone ed ai comportamenti sociali. Evans getta un nuovo sguardo sul territorio ed in questo senso lo sentiamo più innovativo, un germe di sviluppo della fotografia sul finire degli anni '60. Grazie anche al contributo di alcune riviste di quegli anni, tra cui ricordo con particolare affetto l'inglese "Creative Camera", si sviluppa una fotografia ambientale caratterizzata da uno sguardo non più cristallino, non più rassicurante, ma piuttosto critico, analitico, la cui rappresentazione è imperniata su toni spesso ombrosi se non addirittura cupi; un tipo di immagine che esprime alienazione ed emarginazione. Io stesso che vivevo la città con difficoltà mi sono sentito impastato con questo nuovo sguardo. Nell'arco di un decennio si verifica un ulteriore evoluzione che porta questa nuova fotografia verso un lavoro maggiormente personalizzato sul territorio: dal documento oggettivo, generico e anonimo, si passa ad un "documento intimo", espressione del rapporto tra un individuo preciso e l'ambiente che lo circonda. Non più un territorio vago ma un insieme di relazioni, intellettive ed emotive, tra l'esterno ed un "territorio" intimo interno all'individuo che fotografa, al suo sguardo in quanto emanazione della sua identità.

Franco Martelli Rossi: Quindi il "filtro umano" assume un carattere sempre più determinante anche nella fotografia del territorio. Si può dire che uno dei passaggi più simbolici, in questo senso, è stato determinato anche da Lee Friedlander con i suoi riflessi, con l'ombra del fotografo che si proietta in "campo", come se la luce lo attraversasse. E così, ciò che il fotografo fa vedere, non è solo uno sguardo ma è il suo sguardo su un territorio che ha fatto proprio; perchè nel momento della fotografia lui stesso è parte del territorio sia come spettatore sia come presenza.

Roberto Salbitani: Ottimo esempio. Friedlander ha uno sguardo riflessivo, è come se si vedesse fotografare. Le sue fotografie sembrano tracciare un'impronta del sé sull'esterno. In questo senso il suo libro "Self-Portrait" evidenzia questa proiezione: noi siamo presenti nelle nostre fotografie, quindi anche nel momento in cui fotografiamo uno spazio esterno si deve sentire che ne facciamo parte, che ci confrontiamo con quell'"esterno". Detto questo, dobbiamo subito aggiungere che è l'atto stesso del fotografare al centro delle immagini di Friedlander e non una presa di posizione critica nei confronti del mondo.

Franco Martelli Rossi: E' consuetudine dividere la fotografia secondo generi: ritratto, paesaggio, nudo, architettura, etc... però questo concetto, negli ultimi anni, è stato messo in forte discussione. C'è chi afferma che la fotografia ha superato le barriere dei generi e che non esiste più la fotografia di genere, ma la fotografia d'autore. La fotografia di territorio come può essere collocata? E' un genere o qualcosa d'altro?

Roberto Salbitani: Fin da quando scrivevo su Progresso Fotografico presentavo la necessità di andare oltre i generi fotografici, forse questo è stato un mio contributo alla fotografia negli anni '70. Con Luigi Ghirri abbiamo spesso parlato di questo aspetto trovandoci su posizioni concordi: non si deve compartimentare la fotografia in paesaggio-ritratto-nudo ecc... ma deve esistere un modo di fotografare che ci permetta di usare qualsiasi situazione e mezzo per esprimere la nostra visione del mondo. Una fotografia può essere ritratto e paesaggio contemporaneamente ed è comunque innanzitutto "ritratto/paesaggio" dell'io del fotografo. La rottura dei generi ha contribuito alla crescita del fotografo, lo ha aiutato a concepire la fotografia come un mezzo espressivo che può riflettere globalmente e simultaneamente la complessità dell'esperienza. L'espressione non deve porsi dei limiti di genere. Certamente uno può mettere a fuoco ed impegnarsi solo su un versante della fotografia, in quanto sviluppa un'affinità con un certo tipo di situazioni, con la loro specifica visibilità. Scavando a fondo, può allargare, innovare o ribaltare il genere fotografico in cui all'inizio si è incanalato. Come è accaduto ad esempio a Diane Arbus che ha lavorato tutta la sua vita all'interno del genere consolidato del ritratto, lasciandovi però un'impronta tutta sua, legata alla sua psicologia ed alla sua malattia. Così facendo ha rinnovato non tanto lo schema formale del ritratto, rimasto inalterato (ritratto frontale, individuale o di gruppo, a luce naturale o col flash, ecc...) ma il ritratto come fatto introspettivo di indagine acuta, evento rivelatore delle componenti più oscure della psiche individuale.

Franco Martelli Rossi: Penso che qualsiasi tipo di fotografia sul territorio o su altro, per essere qualitativamente significativa, debba essere un lavoro parziale perchè passa attraverso il fotografo che esprime la sua visione critica su una situazione generale. Anche il tuo lavoro "La Città Invasa" è una visione forzata della città, giustamente forzata, con la quale tu hai dato una sorta di esaltazione iconografica a certi elementi, come i manifesti, i cartelli e altri segni urbani, tralasciando altre cose.

Roberto Salbitani: Per me quelle cose erano un tratto dominante: quello con cui mi corrispondevo come elemento negativo del mio vivere in città. Chiaramente vedevo tante altre cose ma quelle in particolare potevano alimentare la mia espressione. In realtà si rivolge lo sguardo a certe cose e non ad altre perché quelle possono meglio esprimere la natura o la potenza del nostro coinvolgimento, che è emotivo ed intellettivo. A proposito de "La Città Invasa", il suo essere stata lasciata da parte per tanti anni è forse significativo del fatto che sembrava non appartenere al genere di fotografia del territorio diffusosi dagli inizi degli anni '80 in poi. Riassumendo, quando consideriamo il concetto di territorio dobbiamo intendere un presente, un oggi, una significazione "politica" nel senso più ampio del termine: ciascuno di noi vi esprime la propria identità, come abitante della città, o della campagna, o della periferia di una metropoli, o di un qualsiasi altro luogo entro il quale si snodano i fili del proprio vissuto, della propria esistenza, nelle significazioni che riteniamo più opportune. Ovvero il termine fotografia del territorio, per uscire dal limitato ambito della fotografia di stampo topografico, dovrebbe comprendere l'insieme delle relazioni tra individuo e società, tra individuo ed ambiente, confrontazione che nel suo aspetto terminale deve ovviamente risolversi in fatti visivi. Utilizzando i metodi e le forme che uno ritiene più consoni allo scopo.

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